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Café Society

  • Uscita:
  • Durata: 96min.
  • Regia: Woody Allen
  • Cast: Kristen Stewart, Jesse Eisenberg, Blake Lively, Jeannie Berlin, Bruce Willis, Steve Carell, Gregg Binkley, Parker Posey, Corey Stoll, Ken Stott, Anna Camp, Paul Schneider, Stephen Kunken, Sari Lennick, Richard Portnow, Tony Sirico, Don Stark, Saul Stein, Shae D'lyn, Sebastian Tillinger, Craig Walker, Lev Gorn, Armen Garo, Bettina Bilger, Steve Rosen, Paul Schackman, Edward James Hyland, Max Adler, Tess Frazer, Taylor Carr, Michael Elian, Anthony DiMaria, Raymond Franza, Penelope Bailey, Eric Rizk
  • Prodotto nel: 2016 da GRAVIER PRODUCTIONS
  • Distribuito da: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

New York, 1930. Bobby Dorfman ha sempre più difficoltà a destreggiarsi tra i genitori litigiosi, il fratello gangster e la gioielleria di famiglia. Bobby, infatti, sente che ha bisogno di un cambiamento radicale e decide di tentare la fortuna a Hollywood. Si trasferisce così a Los Angeles, dove trova un impiego come fattorino grazie al potente zio Phil, agente cinematografico, si innamora immediatamente di Vonnie, una ragazza bella e divertente, purtroppo già fidanzata, e stringe amicizia con Rad, proprietaria di un'agenzia di modelle, e con suo marito Steve, un ricco produttore. Quando Vonnie viene lasciata dal fidanzato, Bobby, che si era già rassegnato a dividere con lei un semplice rapporto di amicizia, vede l'opportunità di cambiare finalmente la sua vita, ma alla proposta di sposarlo e trasferirsi a New York, la donna seppur tentata, manda all'aria i piani. Bobby con il cuore in frantumi, torna a New York dove inizia a lavorare per il fratello Ben, che nel frattempo gestisce un night club. Bobby mostra un talento naturale come impresario, e promuove rapidamente il club, ribattezzato con il nome "Les Tropiques", rendendolo uno dei più frequentati della città. Rad gli presenta la bella e mondana Veronica e lui la corteggia Café Society assiduamente. Anche se il suo interesse per Vonnie non è mai svanito, quando Veronica gli rivela di essere incinta, si sposano ed iniziano una vita veramente felice insieme. Tutto sembra andare a gonfie vele per Bobby fino alla notte in cui Vonnie si presenta a "Les Tropiques"...

Dalla critica

  • Cinematografo

    “La vita è una commedia scritta da un autore sadico”. E poi, “peccato che l’ebraismo non creda nella vita dopo la morte, avrebbe molti più clienti”. Ci avessero portati in sala bendati, senza sapere titolo o regista del film che sarebbe stato proiettato, avremmo capito in un attimo di essere nel mezzo di un nuovo (ennesimo, il 46°) lavoro di Woody Allen. Che per la terza volta apre il Festival di Cannes, e lo fa con un ritorno agli anni ’30, sulle consuete note jazz che ne hanno contraddistinto vita e carriera, adagiandosi sulle calde luci di Vittorio Storaro, tre volte premio Oscar e alla prima collaborazione con il regista newyorkese. È la stessa voce narrante di Woody Allen ad introdurre i vari personaggi e, durante il corso del film, a creare i raccordi spazio temporali della narrazione: Café Society racconta la storia di Bobby (Jesse Eisenberg), giovane ebreo che dal Bronx decide di raggiungere Los Angeles con la speranza che lo zio Phil (Steve Carell), potente agente cinematografico, possa aiutarlo facendogli fare carriera a Hollywood.  Qui si innamora – ricambiato – di Vonnie (Kristen Stewart), segretaria di Phil con una situazione sentimentale a dir poco complicata… Nel frattempo, a New York (dove più avanti Bobby deciderà di tornare), prosegue senza sosta la scalata criminale di Ben (Corey Stoll), fratello gangster del ragazzo che, con i proventi dei suoi malaffari, riesce ad aprire un lussuoso night a Manhattan. Superati gli 80 anni, Woody Allen sembra volersi affidare ad un nuovo giovane alter ego (Eisenberg, che torna a dirigere dopo il dimenticabile To Rome with Love ) per tornare in un’epoca leggendaria, quella dei primi divi hollywoodiani, delle ville sfarzose a Los Angeles e dei locali chic newyorkesi. Grazie al fondamentale apporto di Storaro, l’universo (ri)creato funziona ad ospitare i soliti intrecci, i soliti equivoci, i soliti, irresistibili aforismi con cui il regista di Io e Annie , Manhattan e Crimini e misfatti ci accompagna ormai da cinquant’anni. Il tutto, però, è venato di una malinconia profonda, contrapposta alla volontaria (?) leggerezza con cui Allen decide di affrontare l’intera storia. Che potremmo definire anche “romantica”, ma che non si svincola mai da un’amarezza di fondo. Perché, e Allen lo sa bene, “la vita è una commedia scritta da un autore sadico”, e l’amore – oltre ai suoi stessi film – è proprio lì a dimostrarlo.

  • La Repubblica

    Ci sono registi che l'età rende più riflessivi e pacati, come se l'esperienza li consigliasse a prendersi il tempo necessario per il loro film. L'ottantenne Woody fa proprio il contrario. Non solo sgrana un titolo dopo l'altro: pur con i suoi pregi (spirito, romanticismo, ottima équipe, bel cast) 'Café Society', più che una storia, sembra il riassunto di una storia. L'impressione è enfatizzata dalla voce narrante che lo traversa tutto, mentre gli episodi si affastellano, tra brevi flashback e drastici tagli temporali. I personaggi sono troppi, con l'effetto di dividere il film quasi in due parti: la love-story di Bobby e Vonnie da una, dall'altra quella della famiglia del ragazzo, piena di tipi coloriti incluso un fratello boss della mala. Come al suo solito - ma anche un po' di più - Woody inzeppa la narrazione di aforismi e frasi lapidarie, che entreranno di sicuro nei prossimi libri di memorabilia a lui intitolati. (...) Cast ottimo e abbondante nel film più corale che Allen abbia diretto negli ultimi anni; soprattutto quello femminile, con Kristen Stewart, Blake Lively, Parker Posey. Anche a questo proposito, però, una riserva s'impone. Come già parecchi altri attori prima di lui, Jesse Eisenberg è un po' un alter ego dello stesso Allen, in un personaggio con lo stesso tipo di humour e le stesse titubanze del Woody giovane. Però ha tutt'altro tipo di faccia e non risulta molto credibile quando pronuncia quel tipo di battute (...) che al giovane Woody - bruttino, un po' imbranato e un po' sfacciato - venivano invece benissimo.

  • Il Messaggero

    E ora non dite che Woody Allen fa sempre lo stesso film. Prima o poi ci siamo cascati tutti ed è vero che se sforni un titolo l'anno non sempre sono capolavori. Però con 'Café Society' il grande newyorkese torna davvero alla sua forma migliore, quella di grandi film 'al passato' come 'Radio Days', 'Zelig' o 'La rosa purpurea del Cairo'. E rimescolando il solito mazzo di carte infallibili comunica un senso di rimpianto per un'epoca irripetibile che non sfocia nell'elegia solo perché è e resta una commedia. C'è il jazz, c'è l'America anni 30, c'è una famiglia ebrea soffocante e insieme adorabile (Woody ormai guarda alle cose della vita con la serena indulgenza dei suoi 80 anni), ci sono le trappole del destino e i dilemmi della morale. Insomma il meglio dell'Allen di oggi e di ieri, in un film ambientato 80 anni fa ma più vicino di tanti lavori al presente. Jesse Eisenberg, sempre più sorprendente (...) film tutto sotto-traccia, che lascia intendere sempre più di quanto spieghi. Il tono infatti è brillante. Le conseguenze saranno drammatiche, anche se pochi lo sapranno. Dettaglio chiave: nulla di ciò che accade è di per sé comico, è lo sguardo di Woody, cioè il nostro, a cogliere l'ironia involontaria e a volte tragica delle situazioni. (...) Perché «la vita è una commedia scritta da un sadico», come dice Bobby, e il massimo sadismo è non darle nemmeno un vero finale lasciando ognuno nel suo brodo. È il lato "filosofico" dell'ultimo Allen, esplicito in film come Irrational Man, e sapientemente fuso con l'intreccio in affreschi più ampi come questo. Anche se qui la vicenda centralesi sfrangia in una serie di sottotrame solo apparentemente secondarie. (...) 'Café Society' corre verso un epilogo di gusto molto contemporaneo che lascia tutti sospesi sull'orlo dell'abisso, personale e globale (gli anni 30 volgono al termine, la guerra è alle porte). Suprema ironia, questo film sulle Majors di una volta è prodotto da Amazon e dominato da un attore lanciato dal ruolo di Mark Zuckerberg. Ogni film in costume parla del presente.

  • La Stampa

    Con 'Café Society', Woody Allen ci regala un film (...) che è un puro distillato del suo cinema: amore e nevrosi, New York contro Los Angeles, sguardo ironico-nostalgico sulla mitica Hollywood degli anni Trenta, ritratto umoristico di una tipica famigliona ebraica, etica e compromesso, fede a ateismo, crimini e misfatti. Solo che ora l'ottantenne cineasta sembra affrontare il sempiterno rovello del dubbio e le interne contraddizioni dell'essere (e del non essere) con un più stoico atteggiamento di accettazione. (...) Narrato dalla voce fuori campo di un onnisciente osservatore (nell'originale Woody stesso), il film procede sul filo degli eventi a passo svelto, intonandosi al ritmo swing della colonna sonora; mentre gli interpreti incarnano i personaggi con perfetta misura e Vittorio Storaro gioca sul digitale per imprimere alla fotografia un algido fascino retrò. Si può preferire l'iper-nevrotico battutista degli esordi, oppure il cineasta più equilibrato e complesso della maturità, a questo Allen della terza età che, con piena padronanza formale, riflette sull'imponderabile mistero della vita (e della morte), muovendo i protagonisti come ideali marionette e ricorrendo al motto di spirito per esorcizzare il dramma. Ma 'Café Society' è comunque una commedia da non perdere: divertente e amara, leggera e inquietante, suggerisce (per dirla con Svevo) che in fondo la vita non è bella né brutta, ma solo originale.

  • Il Manifesto

    (...) 'Café Society' è film pensato come un romanzo, scritto (in digitale) con la luce di Vittorio Storaro e un orecchio alle intricale saghe familiari di Isaac Bashevis Singer. (...) Dai bruni e grigi invernali di New York, a una palette di colori vivacissimi e ipersaturi: i turchesi delle piscine (la scena di una festa è stata girata in quella che fu la casa di Dolores del Rio (...), i verdi dei prati perfetti, gli intonaci rosati delle architetture art déco, i marroni profondi dei legni preziosi che foderano gli uffici degli studios... Storaro, affiancato allo scenografo abituale di Allen, Santo Loquasto, spinge l'intensità delle tinte verso la bellezza irreale di un sogno (come aveva fatto parecchi anni fa, in modo totalmente sperimentale, in 'One From the Heart', di Francis Ford Coppola). I nomi di Paul Muni, Howard Hawks, Ginger Rogers, Joel Mccrea... aleggiano nell'aria. Ma non si ha l'impressione che tutta questa bellezza sia il sogno di Woody Allen, che «dietro alle quinte» sembrava molto più ispirato in 'Pallottole su Broadway' o 'Broadway Danny Rose', e che, sul cinema, ci ha dato il sublime 'La rosa purpurea' del Cairo. La sua Hollywood emana infatti meno romanticismo di quella ricreata dai fratelli Coen in 'Ave Cesare', e meno fascinazione del devastante sottobosco di 'Mulholland Drive'. (...) Tecnicamente parlando - e lo conferma l'ultima scena, la più emozionante e sentita - 'Café Society' è una love story. Ma, dietro alle immagini preziose e al glamour dei suoi sfondi, si intravede un film malinconico sulle scelte della vita, su come le cose avrebbero potuto andare diversamente. Forse è il film che Allen voleva fare, e che - a parte alcuni momenti molto belli - si è perso per la strada.

  • Il Mattino

    Critico contro critico. Di slancio viene subito da dire che «Café Society» presenta un Woody Allen nuovamente in stato di grazia, pienamente a suo agio nel gestire una schermaglia ironica e sentimentale negli Usa anni Trenta e felicemente in sintonia con la scioltezza e l'armonia del cast, la qualità dei dialoghi e la fotografia mirabolante del mitico Storaro. Nello stesso tempo, però, occorre respingere l'assalto dei pensieri impertinenti decisi a convincerci che si tratta di una commedia più raffinata che divertente; la cui elegante effervescenza, cioè, non fa avanzare il plot ma lo riempie fino a esaurirsi nel replay di boutade, quiproquo, stoccate e aforismi portati a compimento se non meglio, più energicamente da molti e molto amati titoli precedenti. Alla fine dell'intimo duello, però, considerando anche l'offerta cinematografica attuale, appare cosa buona e giusta lasciarsi andare al piacere del relax collaudato e alla partitura ricca delle tonalità crepuscolari che non mancano mai al tocco di un artista alieno dalla retorica e il compiacimento di categoria. (...) Sullo sfondo dell'apologo cosparso dalla polverina magica del revival, ma mai rassegnato a farsi cullare dalla banale nostalgia o dal rosario di battute in bilico tra luogo comune e radicato pessimismo (...) fanno via via capolino, con la discrezione cara ai cinefili e forse un po' impalpabile per lo spettatore svincolato, la grazia di Mankiewicz e Wilder, il glamour degli Astaire, i Flynn e le Garland, lo struggente leitmotiv degli amanti perduti di Scott Fitzgerald, i rapsodici contrappunti del jazz, le scorciatoie fuorvianti delle ortodossie religiose, ideologiche o morali e le cupe premonizioni dell'imminente mattatoio mondiale.

  • Il Fatto Quotidiano

    Woody scrive e dirige, Storaro fotografa per lui ed è subito magia. Di quella maiuscola del cinema-nel-cinema composto da lustrini e pistole, da risate e lacrime, da superficialità e dalla profonda alienazione di chi superficiale non sa essere. II nuovo immaginifico capitolo della possente filmografia di Allen (...) ha (ri)generato il romanzo di un'America dolcemente schizofrenica, un Paese ancora in età adolescenziale posseduto dalle chimere dell'apparire ma spaventato dai (propri) impulsi a sopraffare. (...) Note a margine: Stewart sempre più bella e brava, Eisenberg sempre più suo alterego, anche fisiognomicamente.

  • Il Giornale

    Woody Allen ha una grandissima capacità, comune a pochi autori: nei suoi film, gira e rigira, ci infila sempre gli stessi temi, ma, ogni volta, spiazzandoti per la sua peculiarità di farli apparire come nuovi, inediti, irresistibili. Quante battute avete sentito, ad esempio, nelle precedenti pellicole, sulla religione ebraica? Eppure, anche in questo 'Café Society' si ride non poco con i siparietti dei genitori ebrei del protagonista, in particolare quando toccano il tema dell'aldilà, trattando, con sarcasmo, alcuni pilastri di questa religione. Insomma, il solito Woody, ma in grande forma, che utilizza il Bobby del film, come suo evidente alter ego, attribuendogli frasi filosofeggianti del tipo: «La vita è una commedia scritta da un sadico commediografo». Beneficiando, e molto, della fotografia incantevole del premio Oscar Vittorio Storaro. (...) superbo Jesse Eisenberg (...) finalmente, convincente Kristen Stewart (...) bellissima la scena finale di Capodanno (...). Non tutto è perfetto, ma avercene di film cosi.

  • Libero

    Piacerà a chi dal Woody giustamente non chiede più miracoli (e come potrebbe? Gli anni sono 81) ma solo decenti passi di un onorevole tramonto. Questo è decente. Come sempre capita ad Allen quando va alla ricerca del cinema perduto. In questo caso la Warner dei Thirties, sontuosamente rievocata dalla fotografia di Storaro.

  • Corriere della Sera

    Gli anni evidentemente portano bene. A ottanta suonati, Woody Allen è ancora capace di regalarci un'opera deliziosa e intelligente come questo 'Café Society', acidulo omaggio al mondo del cinema di una volta e insieme malinconica riflessione sui tormenti d'amore, tenuti insieme dal suo solito sferzante umorismo. Certo, l'età gli impedisce di essere ancora il protagonista fisico dei suoi film (questa volta è Jesse Eisenberg che interpreta il suo alter ego), ma che sia sempre e solo sua l'anima che vivifica il film è incontestabile. Oltre al fatto che la voce fuori campo che ogni tanto spiega e commenta i fatti, nell'edizione originale è proprio quella di Woody Allen (doppiata nella versione italiana da Leo Gullotta). E la presenza di questa voce «narrante» permette di sottolineare la prima caratteristica del film, quella di essere costruito in maniera romanzesca, quasi come un libro d'antan, con le libertà che solo un romanzo può concedersi (salti temporali, pause descrittive, improvvisi cambi di prospettiva, arresti su un carattere o un personaggio «minore») che appunto solo l'esistenza di un narratore onnisciente può permettersi di legare e tenere insieme, mentre lo spettatore si fa affascinare dal flusso del racconto. (....) Questa materia così romanzesca e appassionante permette al regista di legare insieme due dei temi su cui più ha ragionato e sceneggiato: da una parte, la diffidenza verso il mondo del cinema di Hollywood, di cui non condivide arrivismo, superficialità e falsi sorrisi (pur amando, e molto, i film che riusciva a fare) e, dall'altra parte, l'«inevitabile» malinconia che si accompagna all'amore, la cui ricerca finisce spesso per trasformarsi in una felicità claudicante, mai davvero piena e goduta. E che prende la forma di quel velo di tristezza, a volte più forte a volte più esile, che la regia fa leggere sui volti di Eisenberg e della Stewart mentre la fotografia «dorata» di Vittorio Storaro (per la prima volta chiamato da Allen per un suo film) ne accentua l'effetto per contrasto. Affidando alla (commovente) dissolvenza incrociata tra i volti dei due protagonisti che chiude il film di suggellare la storia con la dolcezza e la tenerezza che spesso hanno caratterizzato i suoi eroi. Certo, il film non affronta temi inediti e nel passato del regista ci sono titoli che hanno già trattato questi argomenti, ma qui lo fa con una leggerezza e una gentilezza di tocco affascinanti e coinvolgenti, capaci di trasmettere allo spettatore quella particolare sensazione «alleniana» che ti permette di uscire dal film felice e pacificato. Con l'intelligenza e con il cinema.

  • Avvenire

    (...) piccola commedia dal retrogusto amaro illuminata dalle luci calde di Vittorio Storaro, punteggiata da una bella musica jazz e ambientata tra la New York e la Hollywood d'oro degli anni Trenta (...). Quella raccontata da Woody Allen però non è una storia sui soliti banali triangoli, su bugie e tradimenti. L'ottantenne regista newyorkese, che ormai alterna con precisione quasi scientifica film più neri e pessimisti con quelli più leggeri e romantici, si interroga con malinconia sulle occasioni perdute, su una felicità che caparbiamente inseguita continua a sfuggirci di mano, sull'amore mal riposto, sul rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, sulla dolce nostalgia per qualcosa di bello che abbiamo assaporato e non abbiamo saputo conservare. E lo struggente finale suggella la forza di emozioni inafferrabili, ma incapaci di abbandonarci. Niente di nuovo, intendiamoci, nell'universo Allen, eppure questo prolifico regista dimostra ogni volta di saper rimpastare materiali a lui familiari per confezionare storie che lasciano il segno, complice anche un manipolo di attori che sotto la sua direzione riescono ad esprimere il meglio di se stessi.

  • L'Unità

    Racchiuso nella durata aurea di 96 minuti, girato in digitale con una fotografia molto 'arancione' di Vittorio Storaro, costruito come una commedia romantica con fughe nella farsa yiddish, 'Café Society' potrebbe sembrare un piccolo film ma abbiamo il forte sospetto che non lo sia. I temi che Woody Allen mette in campo sono quelli di tutta una vita. Punto prima: Los Angeles vs New York. Il film è un andirivieni tra le due anime dell'America, e si sa per chi fa il tifo Woody, ma la visione di Hollywood come una giungla popolata di belve pronte a divorarsi si incrocia con la memoria agrodolce del meraviglioso cinema che quelle stesse belve sapevano creare. Punto secondo: il rimpianto per il grande amore che poteva essere e non è stato. (...) Punto terza l'identità ebraica. Gli ebrei hanno fatto Hollywood, ma sono stati anche gangsters in quel di New York (Sergio Leone docet), il loro misticismo si accompagna a una visione dura e pragmatica dell'esistenza. Non credono nel paradiso ma sono pronti a comprarselo (Woody AIlen docet). 'Café Society' non è perfetto: Jesse Eisenberg e Kristen Stewart non hanno né il talento né il carisma che richiederebbero i loro personaggi, Steve Carell è fuori ruolo - ma sono perfetti i comprimari, è efficace la ricostruzione d'epoca, è beffarda e struggente la rievocazione della Hollywood degli anni 30. Lo ricorderemo, un giorno, come uno dei film in cui Woody Allen ha messo in scena il suo ironico e disperato senso della vita.

  • La Repubblica

    'Café Society' è un Woody Allen rétro, ma di quelli in cui il sentimento della vita è meno cinico e nero. (...) Dapprima il film sembra non sapere che strada prendere, e gioca sul sicuro tra gag e intrecci sentimentali (le parti sulla famiglia ebrea di Bobby sono irresistibili ). Una novità è la luce, quasi protagonista, affidata per la prima volta alle cure del nostro Vittorio Storaro: più bianca e netta a New York, dorata e arancio per Hollywood, quasi in un ironico eterno tramonto. E poi Allen inquadra le donne come nessuno: qui Kirsten Stewart, abbigliata dalla costumista Suzy Benzinger e incorniciata in primi piani adoranti, come vista attraverso gli occhi di Bobby. Poi il progetto prende corpo, il tono si precisa: e se non siamo al livello di un capolavoro come 'Blue Jasmine', questo Allen è uno dei migliori degli ultimi tempi. La polarità tra New York e Hollywood, i destini e le illusioni perdute dei personaggi sullo sfondo del vacuo mondo del cinema o della café society, fanno pensare a Scott Fitzgerald, a un incontro ideale tra 'Il grandeGatsby' e 'Gli ultimi fuochi'. Ma con più malinconia che tragedia: come forse è giusto per un regista di 80 anni, che ambienta la storia all'epoca in cui era appena nato.

  • Il Fatto Quotidiano

    (...) 'Café Society' è il solito Woody, un espresso di esistenzialismo amaro, humour ebraico, malinconia irredimibile. (...) Allen resta Allen: 'Café Society' non sposta di una virgola il senso e il valore della filmografia di Woody (...). Un nuovo, ovvero il solito, film di Allen è rassicurante, perfino ansiolitico: dal 2010 a oggi, ne ha fatto uno all'anno, brutti ('Magic in the Moonlight', 'Irrational Man', 'Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni'), belli ('Midnight in Paris', 'Blue Jasmine') o bruttissimi ('To Rome with Love') poco importa. E 'Café Society' com'è? Piacevole, fresco, ma - nonostante costumi e scenografie ottimi - non perfettamente aderente all'epoca, ha buoni interpreti e, soprattutto, una grande fotografia, che fa palpitare le immagini, dallo skyline di New York ai primi piani delle bellissime Kristen Stewart e Blake Lively.

  • Il Giornale

    Ogni anno, il regista di 'Manhattan' gira un film e bisognerà ormai ammettere che esiste un «effetto Allen» così come c'era un «effetto Lubitsch», quell'insieme indefinibile che si riconosce al primo istante, fatto di piccole cose che lo contraddistinguono, una musica, un'inquadratura, un ritmo nei dialoghi. 'Café Society' ne è la più classica delle dimostrazioni: tutto gira alla perfezione nell'ora e mezzo canonica con cui i suoi film sono costruiti, sapiente montaggio di storie che si intrecciano. (...) Kristen Stewart è deliziosa nei suoi rossori e nelle sue gonnelline, Jesse Eisenberg incarna al meglio quel miscuglio di inadeguatezza mista a un'alta considerazione di se stesso che è tipica degli «eroi» di Allen, così come di Allen stesso, la luce della fotografia di Vittorio Storaro illumina dolcemente volti e luoghi e accompagna il dipanarsi della storia.

  • L'Eco di Bergamo

    È il Woody Allen che ti aspetti e che invece riesce sempre e comunque a sorprendere: l'amata New York a fare da sfondo, il suo rispecchiamento (anche geografico, essendo situata al capo opposto del Paese) nella Hollywood del cinema, l'amata musica jazz a fare da discreto sottofondo: l'universo alleniano, insomma, come ce lo aspettiamo. E come l'autore di «Manhattan» continua a coltivarlo tenacemente con alcune piccole varianti, su uno spartito che in fondo racconta sempre una cosa sola: la vita. Così com'è. Gli ingredienti sono l'amore e il caso, il cinema e la vita e le scelte che questa inevitabilmente alla fine ci impone di prendere. (...) Supportato da un testo che è davvero formidabile (...) e che non rinuncia alle sue celebri e caustiche battute (...), splendidamente fotografato da Vittorio Storaro, «Café Society» è una riflessione agrodolce sull'amore, sulla vita e, in ultima sintesi, sul cinema.

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