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Le ultime cose

  • Uscita:
  • Durata: 85min.
  • Regia: Irene Dionisio, Irene Dioniso
  • Cast: Fabrizio Falco, Roberto De Francesco, Alfonso Santagata, Christina Rosamilia, Salvatore Cantalupo, Maria Eugenia D'Aquino, Anna Ferruzzo, Nicole De Leo, Margherita Coldesina, Annig Raimondi, Matteo Polidoro
  • Prodotto nel: 2016 da CARLO CRESTO-DINA PER TEMPESTA CON RAI CINEMA, IN CO-PRODUZIONE CON TIZIANA SOUDANI PER AMKA FILMS PRODUCTIONS, ALEXANDRA HENOCHSBERG, GRÉGORY GAJOS, ARTHUR HALLEREAU PER AD VITAM PRODUCTION
  • Distribuito da: ISTITUTO LUCE-CINECITTÀ
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TRAMA

Torino, Banco dei pegni. Una moltitudine dolceamara impegna i propri averi, in attesa del riscatto o dell'asta finale. Tra i mille volti che raccontano l'inventario umano del nostro tempo, tre storie s'intrecciano sulla sottile linea del debito morale. Sandra, giovane trans, è appena tornata in città nel tentativo di sfuggire al passato e ad un amore finito. Stefano, assunto da poco, si scontra con la dura realtà lavorativa e assiste ai miseri maneggi nel retroscena del Banco. Michele, pensionato, per ripagare un debito si ritrova invischiato nel traffico dei pegni. Un racconto corale sullo stare nel mondo al tempo della grande diseguaglianza.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Un “famoso saggio” di David Graeber, Debito ; Frederick Wiseman e la sua “grande tradizione di osservazione dell’istituzione totale”; “l’esigenza di raccontare in maniera ‘laterale’ la crisi”. Le note di regia, nel caso di alcuni film, meriterebbero una nota a parte. Nel caso de Le ultime cose , opera prima di Irene Dionisio in Concorso alla 31. Settimana della Critica di Venezia, è questa: la montagna ha partorito un topolino. L’osservazione documentaristica della giovane Dionisio, la sua ispirazione wisemaniana, i saggi letti e la volontà di decrittare e incidere sulla crisi col cinema sono premesse e intenzioni non trasformate, perché a Le ultime cose manca la prima cosa per qualsivoglia opera d’arte, di studio o analisi: la capacità di suscitare interesse e, sperabilmente, assecondarlo e aumentarlo narrativamente. Siamo a Torino, il microcosmo privilegiato per l’analisi del debito, e dunque della crisi, è il banco dei pegni, dove osserviamo, in particolare, tre soggetti e altrettante storie: Stefano (Fabrizio Falco), neoassunto al Banco, si scontra con l’esperto Sergio (Roberto De Francesco), ovvero con opacità e corruzione; Sandra (Christina Rosamilia), giovane trans, ritorna in città per ritrovare se stessa; il pensionato Michele (Alfonso Santagata) si fa “aiutare” dal cognato Angelo (Salvatore Cantalupo) per ripagare un debito e si ritrova nel gorgo del traffico dei pegni. Raccontato, da un lato, isomorficamente, ovvero con stile dimesso e congruente all’humus socioeconomico; dall’altro, con accenni soapoeristici, rimandi bressoniani (le mani…), affondi o, meglio, cadute involontariamente comici, spesso contrappuntati da “musichette” diversive e cincischianti, atte a una commediola di costume, Le ultime cose non tratteggia nemmeno, solo suggerisce archi esistenziali, timori e paure, vorrei ma non posso, andando presto in debito, ecco, d’ossigeno drammaturgico: a parte i magheggi dentro e fuori del Banco, che veniamo a scoprire, conoscere, sentire? Poco o nulla, e la mancanza di spazio d’azione e introspezione dei singoli personaggi induce serie carenze anche sul piano emotivo, ovvero empatico: in breve, ce ne frega qualcosa di questi umiliati e offesi, pur interpretati (quasi) uniformemente bene dai rispettivi attori? Dov’è la vita, il battito esistenziale, il polso sociale, la sporcizia che permea la realtà, il dolore e la sofferenza? Perché, viceversa, dobbiamo ritrovarci tra gli occhi raggi poetici di Un posto al sole ? Forse, è cinema (d’impegno) sociale questo, ma il massimalismo – mascherato, anzi, “laterale” – delle intenzioni non si traduce nel minimalismo dei mezzi, bensì nel minimismo degli esiti. Direbbe la compianta Sandra Mondaini, “Che noia, che barba, che barba, che noia!”.

  • Il Messaggero

    (...) Irene Dionisio, 29 anni e la mano sicura di chi viene dal documentario, modella con un senso del racconto nutrito da un'osservazione sempre puntuale, appassionata, incalzante. Metafora perfetta di un presente spietato quanto ipocrita. Ben servita da attori al diapason, immagini dimesse quanto incalzanti, musiche per una volta intonatissime. Un film-modello, malgrado un paio di incertezze finali, per un cinema che (in Italia) sanno fare in pochi, ma per fortuna esiste e resiste.

  • La Repubblica

    Chissà se l'autrice di 'Le ultime cose', la trentenne Irene Dionisio (debuttante nella finzione, già realizzatrice di documentari ), ha visto quel grande film che era 'L'uomo del banco dei pegni' (1964 ) di Sidney Lumet con uno strepitoso Rod Steiger. A differenza dell'enfasi allora adottata, qui i toni sono sommessi. Con un riuscitissimo effetto verità, a dispetto dell'origine, della sollecitazione molto intellettuale di un soggetto che voleva illustrare il tema della crisi. (...) Uno sguardo penetrante senza manicheismi e senza facili soluzioni narrative.

  • La Stampa

    Documentarista di formazione, la trentenne Irene Dionisio era partita con l'idea di esplorare in quest'ottica di cinema della realtà il microcosmo che ruota intorno agli istituti di pegno della sua città, Torino: dove, a fronte di una consistente folla di persone messe in ginocchio dalla crisi, prolifera la mala erba di piccoli criminali pronti ad approfittare dell'altrui indigenza. Ma, vista la delicatezza della materia, il progetto iniziale si è tradotto in un lungometraggio (...) che sulla base di situazioni vere intreccia alcune storie di finzione. (...) Si sente che la Dionisio manca di esperienza: l'imbastitura del racconto resta fragile, i personaggi sono appena abbozzati, e tuttavia l'esordio si fa apprezzare per la scelta forte del tema e lo sguardo attento e onesto puntato sulle cose.

  • Il Mattino

    Non è facile valutare «Le ultime cose» di Irene Dionisio, perché la trentenne allieva di Segre e Bellocchio ha corso coraggiosamente il rischio di sbilanciare a ogni scatto narrativo l'asse portante del primo lungometraggio di finzione. Il suo «occhio» filmicamente acuto e la sua autodisciplina stilistica fanno sì che non si possa parlare banalmente di ritorno al neorealismo; nello stesso tempo il background di letture pretenziose e il sospetto della missione redentoristica rischiano a più riprese di fare calare l'interesse e la partecipazione dello spettatore che non ha l'obbligo di conoscere «Debito», il saggio dell'antropologo Graeber promotore del movimento Occupy o di essere un fan del grande documentarista Wiseman. (...) un apologo sulla crisi economica, lo strapotere delle banche e lo sfruttamento usuraio dei cittadini più indifesi che la Dionisio avrebbe sicuramente saputo realizzare con una sensibilità più eclettica, problematica e relativista. Se qualche esperto ha fatto il nome di Bresson, insomma, non l'ha sparata troppo grossa; a patto, poi, di non andare a parare in quell'atteggiamento assolutorio - che non costa proprio niente - nei confronti di un massimalismo che non può e non deve accontentarsi del minimalismo degli esiti emotivi e drammaturgici.

  • Il Fatto Quotidiano

    (...) il film della Dionisio mostra il banco dei pegni torinese quale una sorta di purgatorio affollato da un'umanità infelicemente in attesa. Se le premesse, anche del soggetto originale, potevano aprire a un testo forte e interessante, purtroppo il risultato è meno valido delle attese anche, forse, per la mancanza di un pizzico di coraggio.

  • Il Giornale

    L'esordiente Dionisio punta in alto, col risultato, però, di non creare mai empatia con i suoi «miserabili». Tutto rimane troppo in superficie, senza introspezione, nonostante le buone prove d'attore dei protagonisti.

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