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Mine

  • Uscita:
  • Durata: 106min.
  • Regia: Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
  • Cast: Armie Hammer, Annabelle Wallis, Tom Cullen, Clint Dyer, Geoff Bell, Juliet Aubrey
  • Prodotto nel: 2016 da PETER SAFRAN, IN COPRODUZIONE CON PATRIZIA FERSURELLA, PASQUALE POZZESSERE, ISAAC TORRÁS, ANDREA CUCCHI PER MINE CANARIAS AIE, SUN FILM, ROXBURY, IN COLLABORAZIONE CON MERCURIO DOMINA
  • Distribuito da: EAGLE PICTURES
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Afghanistan. Mike Stevens è un soldato sta tornando al campo base dopo una missione, ma inavvertitamente poggia il piede su una mina antiuomo. Non può più muoversi, altrimenti salterà in aria. In attesa di soccorsi per due giorni e due notti, Mike dovrà sopravvivere non solo ai pericoli del deserto, ma anche alla terribile pressione psicologica della tutt'altro che semplice situazione.

Dalla critica

  • Cinematografo

    L’eroe della storia è un soldato americano di stanza in Medio Oriente (Armie Hammer, dignitoso). Nella lunga sequenza di apertura lui e il suo commilitone (Tom Cullen) sono di vedetta su una montagna in attesa che lì sotto capiti qualcosa. E’ una sequenza molto leoniana: può succedere di tutto, non succede (quasi) nulla. Mentre batte la ritirata l’eroe finisce in un campo minato nel bel mezzo del deserto. Più precisamente è il suo anfibio sinistro a calpestare una mina antiuomo nascosta sotto la sabbia: se solleva il piedone è spacciato. Tutto il film è una variazione sul tema: “E ora?”, inframezzata da flashback, proiezioni e deliri direttamente e indirettamente causati dall’esposizione al sole, l’arsura e altre varie ed eventuali catastrofi biochimiche. Lo dirigono due giovani italiani – Fabio & Fabio: Guaglione e Resinaro – in trasferta a Hollywood. I due avevano già firmato  True Love , un thriller tutto in interni, basato anche questo sulla doppia articolazione dell’immagine, che è sempre denotativa e connotativa insieme. Secondo un principio di azione (esteriore) e reazione (interiore). A un primo livello la scena del film è anche teatro metaforico delle trasformazioni in atto nell’animo del protagonista. A un ulteriore livello il cul de sac narrativo in cui si trova il personaggio rimanda facilmente ad altri tipi di impasse: ad esempio a quello di ogni spettatore impossibilitato a interferire sugli eventi che gli scorrono davanti. Fabio & Fabio dimostrano di saper lavorare bene con la narrativa di genere – più survival che war movie – riuscendo a costruire n variazioni a partire da un’idea fondamentalmente banale. Non tutte le variazioni sono buone e non sempre garantiscono la suspense, ma va apprezzato l’esercizio sulla temporalità cinematografica, sui meccanismi di dilatazione e di attesa. A convincere meno semmai è proprio il registro riflessivo, quel binario metaforico (a partire dalla location, il deserto, luogo dell’anima) su cui gli autori si spostano in maniera rigida e a tratti grossolana, imponendo più che suggerendo determinati link allo spettatore, con un sovraccarico emotivo e sensoriale (gli archi e le percussioni superano abbondantemente la soglia-decibel del pudore) che infastidisce un po’. Come se Fabio & Fabio volessero fare gli americani oltre il dovuto. Peccati di gioventù, probabilmente.

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