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Le cose che verranno - L'avenir

  • Uscita:
  • Durata: 100min.
  • Regia: Mia Hansen-Løve
  • Cast: Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Lepicard, Solal Forte, Elise Lhomeau, Lionel Dray, Grégoire Montana-Haroche, Lina Benzerti
  • Prodotto nel: 2016 da CG CINÉMA, IN CO-PRODUZIONE CON DETAILFILM, ARTE FRANCE CINÉMA, RHÔNE-ALPES CINÉMA, SOFICAS CINÉMAGE, COFINOVA SRG SSR
  • Distribuito da: SATINE FILM (2017)
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TRAMA

Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi. Per lei la filosofia non è solo un lavoro, ma un vero e proprio stile di vita. Un tempo fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l'idealismo giovanile "nell'ambizione più modesta di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste" e non esita a proporre ai suoi studenti testi filosofici che stimolino il confronto e la discussione. Sposata, due figli, e una madre fragile che ha bisogno di continue attenzioni, Nathalie divide le sue giornate tra la famiglia e la sua dedizione al pensiero filosofico, in un contesto di apparente e rassicurante serenità. Ma un giorno, improvvisamente, il suo mondo viene completamente stravolto: suo marito le confessa di volerla lasciare per un'altra donna e Nathalie si ritrova, suo malgrado, a confrontarsi con un'inaspettata libertà. Con il pragmatismo che la contraddistingue, la complicità intellettuale di un ex studente e la compagnia di un gatto nero di nome Pandora, Nathalie deve ora reinventarsi una nuova vita.

Dalla critica

  • Cinematografo

    L’avenir   secondo Mia Hansen-Løve : la regista parigina, moglie di Olivier Assayas, per il suo quinto lungometraggio ha scelto di raccontare una donna di mezza età che cerca di dare un nuovo senso alla sua esistenza. La protagonista è Isabelle Huppert , nei panni di Nathalie, insegnante di filosofia in un liceo parigino. La donna si trova di fronte a un bivio quando, inaspettatamente, viene lasciata dal marito Heinz dopo venticinque anni di matrimonio. Allontanatasi anche dai due figli adolescenti, Nathalie cerca di mettere ordine nella propria vita attraverso il rapporto con l’eccentrica madre malata e l’intensa amicizia con un suo ex alunno. Dopo aver raccontato dei giovan(issim)i in Un amore di gioventù (2011) e Eden (2014), Mia Hansen-Løve mette al centro della storia una persona di età molto diversa, confermando però la sua capacità di raffinata psicologa della natura umana. Nathalie è una donna molto colta, ma incapace di traslare il suo sapere umanistico nella vita di tutti i giorni: fatica ad applicare le sue conoscenze teoriche alla realtà e deve piegarsi alla logica sfuggente dei sentimenti. Il futuro, forse, è l’unica speranza, se mancano le certezze di un presente che fatica a controllare. È un film più di sceneggiatura che di regia, in cui la parola domina sull’immagine: niente di male, anzi, se non fosse che in diversi passaggi manca una certa spontaneità e non ci sono grandi guizzi narrativi da segnalare. Al termine della visione rimangono diversi spunti su cui riflettere, alcuni dialoghi colpiscono nel segno, ma il ritmo è un po’ altalenante e varie sequenze poco incisive. L’essenzialità della messinscena esalta comunque diverse prove attoriali: non solo un’ottima Isabelle Huppert, che si conferma in formissima vista anche la performance in Elle di Paul Verhoeven, ma anche il cast di contorno, in cui svetta Edith Scob nel ruolo della madre di Nathalie. Da segnalare che il film arriva nelle nostre sale con più di un anno di ritardo dalla presentazione in concorso al Festival di Berlino 2016, dove ha vinto l’Orso d’Argento per la miglior regia.

  • La Stampa

    Mia Hansen-Løve è la moglie di Assayas, ma in 'Le cose che verranno' si avverte il segno di un altro cineasta, ovvero l'Eric Rohmer degli incantevoli racconti morali. (...) Con la consueta classe, Isabelle Huppert gioca la partita sul filo di una straniata malinconia sempre controbilanciata dall'ironia, la Hansen-Løve la segue con un leggiadro tocco di regia che impedisce al film di incagliarsi, fra una citazione di Rousseau e una di Pascal, nelle sabbie smorte dell'intellettualismo.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    La Huppert è lo strumento solista, avaro di dramma, sensibile al minimo tocco, che permette alla regia (premiata a Berlino) di raccontare questa transizione come una proprietà femminile riflessa nelle cose che tutti conosciamo. (...) Abilissima la 35enne Hansen-Løve, già tra i migliori autori francesi, sa custodire nelle sequenze, per riannodarle, le emozioni della sua interprete e sa affidare allo spettatore un molo attivo di 'lettore' come in un romanzo.

  • Il Fatto Quotidiano

    Splendida prova, tanto per cambiare, di Isabelle Huppert, mood borghese e donne - e ancor più uomini - sull'orlo di una crisi di nervi: Mia Hansen-Løve miscela Truffaut e Chabrol, Flaubert e Simone de Beauvoir, distilla l'essenza del cinema francese ed esalta retroterra intellettuale e scommessa esistenziale sul basso continuo dell'ironia. Hansen-Løve ha fatto di meglio in precedenza ('Tout est pardonné', 'Eden'), ma sensibilità, delicatezza e Huppert non si discutono: sullo schermo, è la via colta nel suo farsi e disfarsi, con una sconfinata apertura di credito a quel che sarà e preziosi effetti ansiolitici. Visione consigliata dopo il tè delle cinque.

  • Il Giornale

    Elegante e ben confezionato dramma familiare, che però non sa emozionare.

  • Corriere della Sera

    Una grande prova d'attrice è (...) al centro di 'L'Avenir' (...) di Mia Hansen-Løve. (...) Ma se l'attrice francese è capace di restituire la realtà quotidiana di una vita che si modifica davanti ai suoi occhi, è la messa in scena della regista a saper trovare quella credibilità e quella semplicità che sanno rendere autentico questo mélo senza melodramma, dove la forza della verità vince su tutto.

  • Il Manifesto

    (...) la regista francese sembra ritrovare lo slancio di una narrazione limpida dopo le forzature del precedente 'Eden'. (...) sempre splendida Isabelle Huppert (...). C'è molta filosofia nella costruzione del film, ma la dimensione letteraria è sempre quella prediletta da Hansen-Løve. A differenza però di tutti gli altri film, concentrati su personaggi giovani, spesso ispirati alla propria esperienza, qui al centro c'è la figura di un donna più che cinquantenne colta anche lei in un momento di passaggio. Suona strano dire «romanzo di formazione» per l'età adulta eppure è così. (...) La cosa bella però di questo personaggio femminile è che nonostante i colpi e la fragilità non perde sé stessa inseguendo modelli o logiche lontane da sé. Non finisce a letto con il ragazzetto (tipica cosa dei maschi alla sua età) e semplicemente riparte da questa sua libertà - nel frattempo è diventata nonna - che è la solitudine e la gioia comunque del suo mondo che non vuol dire rinunciare alla propria vita. 'L'avenir' è qualcosa di aperto, la scommessa è riuscire a coglierne le promesse.

  • La Stampa

    Con la leggerezza profonda che caratterizza tutte le sue opere, la regista francese Mia Hansen-Løve, erede dichiarata degli autori della Nouvelle Vague, spesso paragonata a Eric Rohmer, dipinge nell' 'Avenir' (...) il ritratto di una moglie, madre e insegnante di filosofia alle prese con quei momenti dell'esistenza in cui sembra che tutto congiuri per farci crollare. (...) Nei panni di Nathalie, Huppert si muove con la naturalezza che la rende una delle migliori attrici della scena internazionale, fragile e brusca, esile e forte, in un'altalena che avrà sicuramente colpito l'attenzione del presidente di giuria Meryl Streep (...). In una commedia hollywoodiana avremmo visto lo stesso personaggio, nella stessa situazione, correre dall'analista o dal chirurgo plastico, partire per un viaggio catartico intorno al mondo oppure fare l'amore con l'allievo bello e intelligente (...). Ma siamo in un sensibile racconto alla francese dove può succedere, in tutta naturalezza, che una filosofa lavi i piatti dopo cena, oppure versi lacrime solitarie senza tralasciare gli impegni di insegnante esigente.

  • Avvenire

    La vita che scorre tra ostacoli e inciampi, abbandoni e delusioni, ma senza tragedie, con un po' di malinconia, ma anche nuove improvvise gioie. È quello che racconta con grazia, intelligenza e ironia Mia Hansen-Løve ne 'L'avvenire' (...). Evitando facili scorciatoie narrative e soluzioni scontate, la regista mette in scena la lenta ricostruzione dell'identità di una donna matura che accetta con serenità il nuovo ruolo di nonna, le sfide del tempo che passa, le soddisfazioni di un'esistenza intellettualmente onesta, i limiti di ogni essere umano, fragile e al tempo stesso resistente alle intemperie.

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